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Radioattività negli esami radiologici: perché stare tranquilli

Le recenti preoccupanti notizie in materia di radioattività che giungono dal Giappone hanno dato sfogo a parecchi allarmismi, solo in parte giustificati, sulle contaminazioni radioattive alle quali il corpo umano può essere sottoposto durante indagini radiologiche. L’American College of Radiology (Acr) ha deciso di fare chiarezza e ha reso pubblici dei dati assolutamente tranquillizzanti.


Per esempio, una semplice radiografia al torace provoca un assorbimento di una dose di 1,5 millisievert (il sievert è l'unità di misura dei raggi assorbiti dai tessuti umani ed equivale a 1.000 millisievert), il che corrisponde a circa 6 mesi di esposizione alla radioattività naturale, quella cioè che riceviamo dalle fonti terrestri o cosmiche e non da opere dell’uomo. Una quantità davvero minima, dichiara l’Acr, se si pensa che le probabilità di subire danni alla salute iniziano a essere sensibili a partire da almeno 100 millisievert.

Leggermente più “contaminante”, ma sempre entro livelli di assoluta sicurezza, la Tac (Tomografia Assiale Computerizzata): un esame addominale-pelvico procura un assorbimento di 15 millisievert, comunque decisamente inferiore alla soglia di rischio di 100 millisievert. Secondo i radiologi statunitensi c’è ragione di parlare di un “molto moderato aumento del rischio di ammalarsi di forme tumorali” soltanto quando la Tac viene ripetuta a breve distanza di tempo con e senza mezzo di contrasto, pratica che infatti viene sempre più sconsigliata dai protocolli internazionali. Ma anche in questo caso, il nostro corpo viene sottoposto a una radiazione di 35-40 millisievert, ben al di sotto della soglia di rischio di 100.


Ovviamente, i dati indicati si riferiscono a persone adulte e in buone condizioni di salute: per bambini, anziani e persone già sofferenti di gravi patologie occorre valutarli caso per caso.

(Agenzia ASCA)

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